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L'Unesco definisce dal 1958 l'analfabetismo come la condizione di "una persona che non sa né leggere né scrivere, capendolo, un brano semplice in rapporto con la sua vita giornaliera". Oggi la definizione dell'UNESCO è diventata più complessa e si basa fondamentalmente sulla capacità dell'individuo di decifrare l'ambiente e partecipare alla società in cui vive. Statisticamente si tende a rilevare quell'insieme di abilità relative all'alfabetismo che può essere applicato in modo funzionale in attività tipiche della vita quotidiana, come ad es. leggere gli orari dell'autobus o usare un computer.
E' sintomatico anche il fatto che la lingua italiana utilizzi un unico termine, analfabetismo appunto, per indicare entrambi quei fenomeni, che in inglese vengono indicati con due termini distinti: illiteracy (cioè l'incapacità di leggere e scrivere) e innumeracy (cioè l'incapacità di far di conto).
Da due ricerche comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2005-2005, risultano dati drammatici riguardo il problema in Italia.
"Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera dall'altra, una cifra dall'altra (sono cioè totalmente analfabeti). Trentotto (38%) lo sanno fare ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatrè (33%) superano questa condizione, ma qui si fermano: un testo scritto che riguradi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un'icona incomprensibile. Secondo gli specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea." Tra i Paesi partecipanti all'indagine, l'Italia si classifica molto male: solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha rislutati peggiori.
Questi dati sono stati divulgati e resi pubblici in Italia, ma nessuno se ne è preoccupato granchè. L'invito di alcuni economisti, secondo i quali il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto di bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta. E nessuno alscolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica.
fonte: Internazionale n. 734
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E' sintomatico anche il fatto che la lingua italiana utilizzi un unico termine, analfabetismo appunto, per indicare entrambi quei fenomeni, che in inglese vengono indicati con due termini distinti: illiteracy (cioè l'incapacità di leggere e scrivere) e innumeracy (cioè l'incapacità di far di conto).
Da due ricerche comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2005-2005, risultano dati drammatici riguardo il problema in Italia.
"Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera dall'altra, una cifra dall'altra (sono cioè totalmente analfabeti). Trentotto (38%) lo sanno fare ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatrè (33%) superano questa condizione, ma qui si fermano: un testo scritto che riguradi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un'icona incomprensibile. Secondo gli specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea." Tra i Paesi partecipanti all'indagine, l'Italia si classifica molto male: solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha rislutati peggiori.
Questi dati sono stati divulgati e resi pubblici in Italia, ma nessuno se ne è preoccupato granchè. L'invito di alcuni economisti, secondo i quali il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto di bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta. E nessuno alscolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica.
fonte: Internazionale n. 734
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